Poesie 2009 – 2011

Figli della terra (1° classificata al concorso “effetto Farfalla” 2011)

allungarsi. è il corpo radice
che sfiora l’alto, che ha fine
dentro pozze profonde
occhi d’acqua intimo calarsi
del seme quando scortica
la terra, ci matura al mare.

natura esplosa dentro bocche
di leone, abitata da creature selva
iniziata all’erba, ai fiordalisi
rivelata a chi del tempo
valica i confini, senza differenza
di noi, le vite
arrivate fino a sera. di quelle appena.

parlare con il canto
senza parole, fitto di suoni
attraversati dalla marea, l’appassire
del fiore, le dita
che scrivono pioggia
allagano la gola
serrano margini
ai fogli dell’infanzia

un rumore compiaciuto alla bellezza
il vento che sfiora campanule
che solleva la polvere sopra ogni cosa
per non dimenticare, forse
che siamo tutti figli della stessa terra

Prima del sipario
perché non sia un dettaglio, è inutile
cercare di comporre il cuore con nastri e tulipani
sapete non sopporto i fronzoli, l’ingombro delle maglie
quella natura insensata che riempie la bocca
di barocchi, che si accovaccia sui merletti
tra le code di una sottana
per poi sboccare un tocco maldestro
come un calco di luce o il suo contrario
una soglia di bosco all’imbrunire
così accade che si sciolga il nastro, che scivoli
la gonna, cali il sipario, proprio lì dove s’incunea
il linguaggio intorpidito dalla memoria appena detta
uno sbilanciamento necessario al prossimo
ritiro in terraferma
prima di finire il terzo atto anon avrò più dubbi
di avere recitato col mio immutato sex appeal

Ombre
c’è poca consuetudine a staccarsi
dalle ombre, anche quando raschiano ai muri
dentro polsi si appropriano di lingue nuove
incomprensibili dapprima, poi mettono radici
così le ripetiamo ignari, ne accarezziamo i contorni
una lunga fila che ingiallisce persino i ricordi
che innesta nuove linee
una diramazione di vene lungo il corpo
che lascia segni e morde
(foto Bruna Orlandi)
Libera
i muri crescevano senz’acqua
riempivano la casa
la strada
lei rimpiccioliva
come le parole che teneva
troppo a lungo in bocca
– messe a dimora – diceva
per farle maturare altrove
libere
lei rimpiccioliva
certa che un giorno
sarebbe passata
di là dal muro
attraverso un buco
libera
Fiore nero


Osmosi all’invisibile



Spiragli
non ricordo il salto, ma il cadere lento, il corpo
l’ampiezza delle braccia, la linea sottile
che indovina il collo, la piega sotto il ventre
dove scavi l’ origine.  qui lo spiraglio  si apre
dentro parole mai sfiorate prima
con la lingua

Rose ai seni
rose ai seni, capelli sparsi
senza inizio, ed era ieri
preludio a larghe cime
dove la pelle misura a gocce
quel che resta, una fioritura
che ci coglie bosco, appena

Divinazioni
c’è tutto un silenzio
nella percorrenza delle superfici
che scioglie la luce troppo in alto
per cercarla nei volti, sui semi
tra le nodosità dei pioppi
occorre farsi largo, a bracciate
scivolare sui corpi
una divinazione in specchi d’acqua
al plenilunio

Io, l’isola, le voci
il mare mormora incessante ai contorni del corpo
per questo, sai, vorrei cercare approdo alla notte
ripresentarmi puntuale alla risacca
senza veste, nuova d’impronte
e invece, ginocchia in bocca per non urlare
sono qui, con la guerra ad un passo, a riconoscere
l’isola, le voci, leccando il sale dai dubbi ripetuti
da coaguli di onde
qui si partorisce con fatica, lo sanno le madri, le sorelle
nei corpi rovesciati a mani improprie
prima che tutto accada hanno imparato ogni cosa
come una ferita uno sputo, appena nati ci si impasta
di terra e sangue
lo insegnano le madri nere ferme ai crocicchi
gli sguardi appuntiti come luci al largo
dal buio che non si dice
così sradicano i figli dalle cosce, appena
concimati alla necessità del giorno,
già destinati alla memoria
con gli occhi naufraghi di cose dolci
li porto tatuati sulla pelle, ancora
(selezionata e pubblicata su “Il segreto delle fragole. Diario Poetico 2012” Lietocolle)


Gli alberi lo sanno

[in me l’anima del mondo ha fatto il nido

e tramanda un eco di gemme nuove, semi, fiori

anche dopo che il vento, la tempesta

hanno spezzato i rami, piegato le mie fronde]

fuori quel ramo ha tolto ogni residuo

di catrame alla pioggia, così per noi

ogni cosa è un precipitare di foglie

che accorrono sui corpi come tante voci

in festa, dopo l’amore

gli alberi lo sanno

leggono i luoghi, i passi, le forme

che il vento soffia alle radici

quando ci si incarna e si perde la memoria

di fili invisibili, senza certezza di parole

strani paesaggi i nostri mondi

distanti solo poche porte

(selezionata e pubblicata su “Arbor Poetica” agosto 2011, da Lietocolle)

<

dici le labbra

dici le labbra come una risalita
lasciando varchi inabitabili ad altre braccia
scalzando la curva imperfetta della schiena
lì dove posa la riga, intravista ai palmi
semiotica smarrita a una semplice lettura

dici l’amore che non trovo
tra le cose disseminate nella stanza
un abito che il corpo cambia
ai cicli, quando la terra si ritrae
per lasciare spazio alle correnti

dici un dolore e mi sorprendo cava
risuonare continenti, se cerco isole
in tempi meridiani o in vasi scoperchiati
dall’ostro che rimane ai sensi asciutto
verticale – come un segreto

i biancospini e Proust

senza sapere è la presa che infondi

a mordere ogni residuo d’ortiche

diluendo ai gomiti i biancospini

prima dell’uscita

nel sincrono perfetto della fioritura

mi protendi in boccio, nel vagare

si resta a scroscio, definiti

soli

“carne divenuta essenza! *

* M. Merleau -Ponty

dentro

nel silenzio
la sillaba principiante senza parola o suono
che a tratti -verticale – ridisegna muti passaggi
cerimonie
dove indul
ge il canto
l’ombra luce – il viaggio

lega quel cercare un ordine comune
alla complicità che del silenzio
duplica le ombre, le mani a recitare il corpo
al buio, a terra un filo che disegna sbavature
impigliate sotto pelle, fuori posto
ovunque

cinge quel tepore di muschio, i suoni di betulla
le pause come richiami, a nord, dove l’alito è preghiera
in cima e sotto
s’assestano radici piano. ad allargarne il senso
accade la mancanza, il ritorno a casa infine
dentro

(selezionata e pubblicata nell’antologia Verba Agrestia 2010 ed. Lietocolle)

senza nessun approdo

la parola, un lembo di terra sull’oceano senza nessun approdo se non quello

del naufrago, l’esiliato. puoi sceglierne la posizione, erigerla di vedetta

spuntarne l’attesa come un rimorso, ma non altro perché il cerimoniale

prevede un solo riflettore, qui sul palco, a illuminare ciò che lindicibile

accampa solo per noi, quando tutto è di passaggio

come fossi lago

mi ancori d’innocenza come fossi lago

ultima visione che germoglia ai rossi

dischiusa da cieli ripetuti, dai ripari che trattieni

nel presente, che mi chiama d’albe

del rumore inatteso della luce

forse domani troverai sorrisi accatastati sulle sedie

agli angoli sdruciti

come a seguire linee senza direzione. un domani

che a gesti lascia bisbigliare l’acqua tra le bocche

come una tregua prima di lasciare impronte

a reggere la casa

bocca di marzo

quali macchie stinge la bocca di marzo

al venire di pioggia, il tacere la quiete

come fosse molestia

e l’amore uno squarcio, una curva

boccheggia la voce, accampa cospetto a cascate

perdersi ha riflessi di mare sul vetro

imprime la forma del viola alle gambe

l’attesa che induce congedi, il contare confini

tra foglie d’ortensia e intuizioni di fianchi

sapori di un viaggio che scompiglia

pensieri, segreti che accadono

d’insensata bellezza

ne resta il segno, sai

se di te migra silenziosa

una parola, dentro rimane l’onda

prende fiato in cima come una corsa

che il vento curva amante

stringe di collina

lì s’infilano le sponde

tra rotondità di bocche e i moli

in suoni di correnti, legature

mescolanti terre emerse

asimmetrie a profusione, altri racconti

su cui tracciare linee

così affiori nei piccoli rumori

in trasparenza sulle cose

ne resta il segno, sai

(dedicata alla mia amica Roberta D’Aquino)

capiremo le impronte

capiremo presto le impronte che il vento ferma sulle rocce

il verso di una rosa nel modulare oceani come acque di sorgiva?

mi trattiene l’ascolto quando tace la voce

tutto intorno, cresce nelle stanze dove stilla

luce – non si pronuncia il corpo

e altro – che delle cose diviene inizio

infiltra, replica alle ginocchia il mare

raccoglie dov’è silenzio il rituale delle rive

quando disbosca il tempo il ricongiungermi

alla terra, l’appartenenza all’amore che diciamo

cauti, sussurrando appena

solo il mare

rivelo tutte le radici

dove il consenso esplicita i ricordi

nella casa se chiudo gli occhi

c’è solo il mare che la abita

a sud dove il mio nome, le caviglie

scolorano i destini ai margini dell’acqua e ponente

costringe a spalancare qualche manciata d’anni

a chi respira il bianco degli scogli

l’odore di mancanza

sorprende, stanotte

in re minore

brulica l’avvento nei barocchi

copia l’orma il vuoto in ori, fino a scandire

suoni, dove il giorno muta le sue assenze

in piccole dimore, che sorprende aggrappate

ad origliare ospiti inattesi

lungo i muri disciolti da vezzi di scirocco

scansie di calici dove migra il corpo

stanotte scivola lungo pendii

materico l’amore, si muove all’ancora

dondola in dissensi di memoria

senza nome

in-versi voce e mescole, contaminazioni e annunciazioni

il suono accade lungo, inesplicabile

oltrepassa voce

s’annida, sceglie corpi

espone voce

estranea al senso lei

fa mescola a stipiti roseti, dinastie

fiati, contrappone chimere, attese pendole

nel ventre

ricompone quarti

onirici biancori, annunciazioni al plauso

del proscenio, irrompe forme

contaminando passi, polsi

circostanze

nei transiti l’immaginario

ha idiomi inversi

stinge labbra a versi

risacca soglie come nome

tocca, sboccia a ritroso cose

rose che rende vere

di passaggio

le scorciatoie assottigliano

mentre do in affido le ragioni

si spellano facciate, nottetempo

segrete al compimento

lì ritrovo l’odore dell’estate

che declina il viola ai nodi delle barche

e muove il legno nell’esilio delle anse

ai seni colmi di campane

dove sotto sfinisce il mare

sequenze del come all’amo

espia la bocca

un’altra sponda del vorrei

che incespica le braccia, si conclude

vaga, richiamo muto a destinazioni

passeggere

(Alberto Baumann . Eutanasia di un sogno)

Guerra

fuori è guerra

lo sospetto dal rumore  – le ossa

il latrato dei cani alla porta

le estremità nude, le grida – i bambini per strada

l’ombra che svanisce nel muro

deglutita

per non morire da stupida

cerco allegorie a storie come questa

– ci si rannicchia

le mani strette alle ginocchia –

fini a farle sanguinare

la paura

a rimboccare le coperte

madre feroce l’ora della morte

declino il capo

nell’insufficienza di essere frammento

il tempo che mi resta

e l’impercettibile

quando buca il nero

mi custodisce appena – l’attimo

la preghiera

nascondo l’afasia in gola dell’immenso

le domande, il dolore

ultimo atto

solo mesi, minuti da contare

dicono sia così la pesatura di una vita

poi lo strappo

ma dentro è guerra

che finisco in fretta

anamnesi
– a volte in simulazione di fragilità
il corpo all’angolo oscilla pendolo tra la veggenza e il disarmo –

ciò che avviene ai confini
ama il rosso cangiante delle vette
e l’inchiostro del sangue alle guerre
la camicia imbrattata e la distanza
da un qualsiasi cielo alla tua retina

le bocche spalancate – i m o r t i  c a m m i n a n o  s u  a c q u e –
le memorie per strade i fiori di grecale
da nord est – le scacchiere scarlatte
su possibili futuri – in pilastri
sottoponti e sorrisi di venere

cià che avviene ai confini
è un prodigio affisso su architravi
immune alle asole di storia a i s u o n i r u s c e l l i
al taglio di luce scisso tra ore e secoli
come corni squillanti al ritorno dei bambini

– invisibili al nero – a  r i c o m p o r r e  i l v e r b o

decodifiche

decodificami l’ i n v e r s o
posso sgretolare il fondo
di un cielo in una tazza – capire
il segno che tramuta le fughe in ventoi numeri di varchi aperti
alle risposte – le percezioni
senza sesso e lingue
lasciate al sole a disseccareangoli di pietra le braccia aperte
esposte alle allegorie del tempo
– i ritorni degli insetti –
e il sentire r e t r o v e r s o al gustoai nodi che il mare ostina a sigillare

non ho riparo nei crocicchi
mi riconsegna ad acque e legature
la certezza del dubbio r i v e l a t o
dentro ascensioni

e la sutura al corpo di un’assenza

 
apocalipta

una lettura – la visione di viscere – e
poco rimane delle nostre storie esplose
scorie sotto la costa – corpi
di parvenza sacra – i n s o l u t i al cielo
inesplicabili
muti motori
ai passaggi di comete

si sciolgono chiese come buchi
erode il c e n t r o – lo sgomento –
si presenta al nulla
nero
impeccabile
refrattario a l l e s p i r a l i

sarà questo il nostro patto di polsi
dal caos alle lenzuola
– ricontare ad una ad una
tracce di vita – ricaderci tra le braccia

lanciare la semenza i n a l t o
spaventare i corvi

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...