Daìta Martinez su Terracqua 

ora il mare chiama con la vastità larga
di un grembo, le onde altissime

qualcosa che preme a venire fuori

una terra lavica nera come una madonna

dipinta ai crocevia e c’è un’aria greve

un carro d’aria protesa

un luogo raccolto dove il tempo apre

in un abisso la sua pupilla

alla fragile creta, al fuoco

una creatura concepita in molte notti

senza il conforto della luna

ma se solo tu potessi darle il nome

allora qui raggiungimi, nello sposalizio

che la tempesta benedice

anche senza cielo il velo è d’alga

le labbra di madrepora sfiorano le navi

con un bacio

i fiori per la sposa giacciono in fondo

distese brulicanti di anemoni

fanno una corolla nuziale

 

è il testo che apre la silloge Terracqua di Mirella Crapanzano, edita in questo anno con Terra d’ulivi, testo che induce a sé la cifra stilistica di una donna che è d’isola e che dell’isola ne dipinge, o meglio ne acquarella le sembianze con quella particolare finezza estetica che è propria di chi con sguardo lirico e ancestrale svolgimento si fiata nel richiamo essenziale di un luogo intimo e naturale come solo sa esserlo il ventre primigenio che lo ha svelato.. Fin da subito Mirella indossa l’abito melanconico e amorevole di una sposa metaforica che si accade di terra e di mare sino a farsi congiungimento suggestivo tra i versi di un dire autobiografico dove non c’è pagina che non abbia odori e sapori della sua origine isolana, di Agrigento nel respiro di Porto Empedocle, abituata sin da bambina a interagire con gli elementi di un paesaggio che è naturale riflessione nutritiva e che ne indirizza l’incarnato del pensiero verso una tenerezza quasi materna nella vita come nella scrittura. L’autrice ha trasformato in pagine incantevoli di poesia l’amore di un percorso esistenziale intriso, fin dall’infanzia, di sicilianitudine popolare e verità morale, riuscendo così a scavare in se stessa sino al fondo della trama più fitta che l’ha in-tessuta donna attraversando e riavvolgendo il suo sguardo in quella stoffa di accadimento e memoria pregiata quanto odorosa al di là della visione di una qualunque stereotipia mondana .

 

cigola la luce quando è mezza la notte

fonda la distanza dall’inchiostro al mare

non appartengo che a queste rive

al dorso della pagina che scrive la lingua

dei cetacei, il suono alto accorcia il nodo

il vento tace sull’isola, come un presagio

l’alta marea tra i seni, il nero stellato intorno

a fior d’acqua lucciole ignare costeggiano

le coste

 

Ecco che il poeta si rivela alla parola per dare corpo a un dialogico incontro col sé e in sé, incontro che poco per volta, quasi fosse certosino il tempo del racconto, la siede davanti a uno scenario di memoria e che in Terracqua si fa sorprendente bocciolo di versi:

 

c’è già tutto al mattino

cose con dentro un senso

le conchiglie vuote da suonare

le candele accese sulla tavola

perché così fa festa

la porta sempre aperta al forestiero

i piedi scalzi pensieri liberati in fretta

contando il tempo che resta al giorno

per farsi cogliere inatteso

il vento porta stralci di rose

sparse come semi

le mie stagioni piene e le dolcezze

sì, anche quelle, arriveranno

 

 

Questa raccolta, per suo pudore e per dolcezza di fondo, porta in sé fin dal titolo non soltanto il bisogno filiale di rientrare nel grembo della sua radice siciliana ma anche tutto il presagio di un paesaggio carnale e viscerale delle emozioni primarie con cui costantemente e senza illusioni si è costretti gioco-forza a fare i conti con il guscio del chi siamo stati. Così, nel continuare in questo viaggio immaginario dentro Terracqua, mi riporto a quel … “lento prolungarsi / dell’onda / sul viso come a una distanza”, scrive l’autrice nell’idealità di un conversare da lei a lei nella scrittura a noi consegnata quasi fosse una lettera aperta nella maniera di un invito, quasi a volerci fare accomodare sul divano ospitale, ma non per questo convenzionale, della sua stanza interiore.Una stanza nella quale si riporta nella … “increspatura domenicale della fronte / che allarga fin dall’infanzia” … con addosso solo quel suo significante e determinante bagaglio di … “mandorle amare” sulla soglia del suo narrarsi, ora bambina, ora donna, ora e pur sempre figlia :

 

“stanotte il mare

è una placenta vuota

la bambina nata dal padre

cresce in fretta, l’isola racconta” …

 

La Crapanzano racconta, si racconta e racconta anche di un dopo ininterrotto che si resiste nell’istante perfetto e fertile di un tempo senza il tempo della dimenticanza, parafrasi amabile di una figurazione cesellata con l’inchiostro in un allestimento genuino del ricordo, per far sì che non si resti indifferenti alla padronanza del suo raffinato monologo interiore che, come nello scorrere di un passato mai cristallizzato, traspone, con la carica poetica ed energia stilistica, sul foglio bianco svolto quasi fosse un lenzuolo adagiato nella cassapanca di una attesa e di un ristoro nel pur sempre amorevole in divenire.

 

dopo

quando tutto volutamente

prende i contorni di un perfetto istante

in quell’assorta unione tra le cose

senza un principio o una fine

come quello che dici amore

senza interruzione

o

tra le pause irragionevoli

che ha il cielo dentro la pancia

una dissonanza fertile, non trovi?

in fondo il tema del restare sospesa

persino nel mancarmi

o

nel partorire inspiegabilmente l’assenza

su una pagina accostata al collo

per sentire da qualche parte

un ricordo di certo mai sentito prima

– un giorno

ho respirato a lungo sott’acqua

come un pesce, una stella marina, un’alga

ed ero felice –

 

Qui, il poeta, entra a tutto tondo nell’acqua che è icona di un luogo, la Sicilia, sua personalissima radice d’amore, e vi è in essa una identificazione che appiana il senso e la comprende abitante di una fiaba mentre … “il resto è sbocciare di una linea bianca / in faccia l’Africa mediterranea / una promessa impercettibile / la fioritura tra le rovine della casa” … fioritura che cammina tenendo per mano la voce del mare, il primo vagito, e finanche una stella da seguire tra i vicoli somiglianti dei giorni nei giorni del suo reinventarsi resistendo all’usura che scolora e così, in questo r-esistere, o r-esistersi, comporsi al di la e dentro il linguaggio del silenzio soggetto e oggetto di quotidiane rimembranze con tutte quelle angolazioni appartenenti per genesi al panorama femminile (l’isola è femmina), angolazioni ri-tratte con la cura del gesto quando si carezza il sogno nel reale fluire di un intimo costrutto sintattico di sua natura esistenziale ed essenziale in un quotidiano cosparso di richiami e narrative figurazioni andanti al cuore ineccepibile del canto con delicata ascendenza sonora.

 

la mattina

è una geografia essenziale

gli alberi in fila

il mondo

sul dorso di una tartaruga

 

e, ancora, tenendosi estatica attesa sulla soglia dell’iniziale bagliore, la Crapanzano contempla il giorno da quell’ora che sgorga quando tutto è un compiersi o un ripetersi mnemonico di azioni e comunanza di oggetti nella sintesi di un privata descrizione messa in scena con l’eleganza che ha il dire quando tutt’attorno ha la compostezza odorosa delle rose:

 

è un mattino involontario

fitto di rose

e un libro, la vastità

come un inconveniente da spiegare

una circostanza di parole

affacciomare

 

 

affacciomare è tutto e chi fiata dalle sponde lo ha sperimentato a modo. È il tutto che l’autrice con consapevolezza isolana immerge nel corpo della sua scrittura assecondando, senza nessuna omissione, il suo personale criterio di porgersi al lettore nello spaccato iconico di un mondo che la abita e che lei abita tra le pagine di una silloge trasudante di un ieri e di un tutt’oggi recipiente di umori, scogli e improvvisate notturne respirate a pieni polmoni nella quotidianità della sua scrittura. Rappresentazioni mentali ma non per questo meno reali di forme fatte di acqua e terra, di oggetti che diventano i personaggi di una raccolta che cerca la verità secolare e pur anche trascendente della memoria che si conserva indivisa dal quadro che la ha ideata.

 

la terra è tutta nelle spalle

protegge l’ombra del gelso

il verso della sedia contro l’albero

il girovagare lieve tra le gonne

che fa l’erba

quando sconfina troppo

la pelle che arriva dopo l’impazienza

per beatitudini condite

dove nessuno se le aspetta

 

e continua : 

 

c’è una leggerezza di verde

tra la casa e il ciliegio – l’isola

che non c’è –

ha finestre d’aria

coleotteri disegnati alla ringhiera

a ricomporre un fiore

 

L’isola, che le è madre, l’isola che non c’è e che c’è.

O per meglio dire questa isola che è un sempre a cui tendere, a cui ri-tornare.

 

La Crapanzano dopo avere cucito, ma è solo un mio personale ricamo intuito nell’ascolto di lei, un io affamato di un cielo alto, leggero, libero sussurrato nella mescita dell’acqua con originalità e ricchezza di stile e visione, preserva il drappo dall’oblio inducendo a sé quei momenti antichi e senza interruzione nuovi ogni qualvolta lo stupore s’impone con delicata precisione nell’interstizio di un atto nostalgico come quando si ha sete del … “tempo tondo delle radici in cielo” … e in tal modo si indica a un presente dove si custodisce e si fa seguito per la stagione a venire:

 

sono al riparo

dietro un filo di paglia

ricompongo ore

faccio scorte all’inverno

mi stella un seme d’oro

 

Una stagione, un seme d’oro, che è tutte le stagioni di uno scorso vissuto nel succedersi circolare di sfumature e odori di cui ne è nitida raffigurazione la casa, il suo nido custode sul rivolto del mare che, con il candore nello sguardo, Mirella riesce appieno a scandirne il tempo nell’affacciarsi essente tra quelle mura imbevute di dolcezza. Quella dolcezza che ruota nel suo interno emotivo entrato in punta di piedi e lasciato a porte aperte nel gesto generoso dell’accoglienza.

 

fa presto la memoria a definire

il contorno dei sogni, sbarcano linee

alla prima luce, riconciliano le ombre

e l’inquietudine alle code dei giorni

ritornano le voci, è mia madre che dice

sono dolci i giorni di consolazione

ho colorato i frutti di martorana

cucinato i biscotti, i pupiddi di zuccaru

ca mi cercanu l’occhi

bacche mature speziate per la festa

nei giorni dei morti, vedi, ci sono bancarelle

di calia, simenza e ciuri –

poi l’odore di cucina e miele che assapori

in bocca è un bignè alla ricotta

di quelli che piacciono a tuo padre –

e lui che mi sorride svanisce al sorgere del sole

 

Ancora una volta il poeta genera la voce nella voce, nel ricordo di uno spaccato familiare che è vivida tradizione, che è madre … “gocciola rossa in un campo di grano” … in uno svolgersi slacciato da formalismi strutturali che contiene e lascia germogliare … “il segno seme / che cresce nei ricordi” … con quella sua sensibilità fedele al termine che si fa scrittura corporea attraverso le silenziose istanze della notte con … “le mani ampie che insidiano la luna” … mani che si sperimentano in spazi autentici di fronte alla vita.

Con l’incanto della parola l’autrice in Terracqua ha dipinto l’eleganza di un ritratto non solo di se stessa, ma anche della terra sua natale percorrendo, con e nella scrittura, l’emozione che alita nel battito del polso avvenendosi sintesi e sentimento lungo tutto il paesaggio emozionale della sua storia, della storia di una donna che è lei con lei e in lei, che senza interruzione si procede intimamente legata alla verità dei luoghi che l’hanno partorita e delle persone che in quel parto l’hanno curata molto prima delle parole che poi vi s’addentrano e che ne sono primordiale essenza nella loro unicità. In tal modo si realizza essere questa la chiave dell’amore. Amore per se stessa, per il creato che l’avvolge, per la vita che la incontra nel passato e nel presente della sua famiglia, forse anche amore per una intima appartenenza a un segreto ricamato tra le righe del pensiero, e per l’acqua che riversa l’età della terra nella sfida al tempo avverando d’un sogno il soffio del silenzio.

 

 (daìta martinez)

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terracqua approda ai luoghi natii

Terracqua approda ai luoghi natii e si veste dell’azzurro e dei profumi della Sicilia.
Nella bellissima location di Riva del Mare a Porto Empedocle (AG) verrà presentata la mia raccolta di poesie insieme a un romanzo scritto da Adriana Iacono, Lia Lo Bue e Alberto Bellavia, La bellezza dell’acqua, tratto da una storia vera.

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oltre le apparenze

notte

quanto sia necessario decifrare
un segno, una parola, una sottile linea
lo mostrano le acque increspate
dal libeccio, un volo di libellule
la superficie argentea dove scorrono le ore
al plenilunio
il fuoco vivo di una candela
la mente che si acquieta e ferma

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attimi

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da una finestra socchiusa
l’universo
dove nessun altro
ascolta la durata

*

rideva
del senso della vita
il bambino divino

*

una rosa è una rosa
l’attimo
tra il passare oltre
e coglierla

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gabbiani

gabbiani

una virata d’ali tra le spume
i gabbiani sanno il chiasso
il verso ininterrotto
delle correnti marine

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ancora una recensione a Terracqua, di Elio Ria

IN PUNTA DI PIEDI SI AFFACCIA POESIA

Terra e acqua sono le architravi su cui poggiano le tematiche poetiche di Mirella Crapanzano. Il libro Terracqua, edito da Terra d’ulivi, offre una lettura piacevole e stupefacente che annoda e scioglie le differenze e le diversità dell’uomo nel contesto ambientale. Una pratica poetica che tende ad alleggerire la gravità quotidiana dell’uomo, rendendolo consapevole delle bellezze che lo circondano e lo proiettano in un luogo ideale per appropriarsi di ogni respiro, di ogni movimento, di ogni pensiero e sensazione, di tutto quanto lo riguarda. Lo sguardo dell’autrice è rivolto alla condizione dell’uomo di vivere sulla terra, forse nel tentativo di distrarlo dalla corruzione. Thíc NhâT Hanh, monaco buddista, poeta e attivista per la pace, afferma: «Il miracolo non è camminare sull’acqua. Il miracolo è camminare sulla verde terra nel momento presente, apprezzando la pace e la bellezza disponibili qui e ora».

La Sicilia è la terra natale di Crapanzano, la stessa terra che ha dato i natali a Salvatore Quasimodo, che nel 1930 pubblicò (edizioni Solaria) la raccolta di poesie Acque e terre, dove l’isola è l’emblema di una felicità perduta cui si contrappone la durezza del presente. L’acqua e la terra sono gli elementi biologici di cui Quasimodo si serve per ribadire la nostra appartenenza ad essi, la nostra identità territoriale che nel momento della lontananza germoglia la solitudine e la nostalgia. Il linguaggio è moderno, piegato al ritmo dei versi in cui le figure retoriche abbondano. Il tono emotivo è malinconico, di rimpianto verso il passato.

Crapanzano alla stessa maniera di Quasimodo indaga la sua terra, le sue cose, il suo sentire: l’influenza è evidente. Tuttavia in Terracqua vi è freschezza poetica in relazione allo stile delicato ed elegante nella forma che affiora con fervore e sostanza ispiratrice: quando il tempo è delle mareggiate / nella mia casa i suoni rasentano i ricordi /ragionano d’estate prima di finire in bocca/.

La poesia enuclea alcuni motivi di fondo dell’ispirazione di Crapanzano: una sensibilità biologica, facilmente rintracciabile nelle immagini proposte, per cui la vita dell’uomo e del mare viene trasfuso in un destino comune; il sentimento umano converge nell’astrattezza della realtà, ad esempio: in un colore ti segue nella pienezza / delle ore / reclama la presenza di chi / cammina a piedi scalzi / e vede il mare / come qualcosa che gli somiglia.

L’idea, attraverso una verifica minuziosa dell’ispirazione, impressiona la parola nella costruzione del verso, al punto di inibire la parola stessa nella retorica di un’abilissima capacità costruttiva che fissa i significati delle immagini attraverso l’essenzialità dei significanti. Il verso è parola fatta immagine con tracce di esperienza privata e con folgorante rappresentazione dell’intimo immaginare dell’autrice. Un colloquio con sé stessa, senza mai perdere l’approccio con la propria terra e con quel mare “sublimato”. L’incontro dell’autrice con la parola diventa fantastico già nelle pieghe delle immaginazioni.

Terracqua documenta una lenta e graduale evoluzione sia nei contenuti sia nella forma che si fa progressivamente elaborata e ricercata. Crapanzano vede il mondo ma ne costruisce un altro che non sostituisce nulla ma mescola esperienze autentiche di vita vissuta e fantasie poetiche, circostanze reali ed elementi convenzionali. I sentimenti opposti alla felicità riaffiorano con la dovuta umiltà e consapevolezza interagendo con le aspettative del futuro, seppure disseminati di allusioni e arditezza delle figure. Un libro di poesia che non vuole essere il solito libro delle vacuità e delle inutili significazioni di narrazioni poetiche mediocri, ma un tracciato intenzionale di proiettare la propria storia personale su di un piano più alto, sottraendola alla banalità del quotidiano per immagini che disvelano la bellezza anteriore a ogni forma. L’Io dell’autrice non è invadente sino alla nausea, anzi è sottoposto ad attenta analisi di rimembranza degli eventi passati in aderenza con l’attualità, con l’indicazione di oggetti (anche metaforici) per dare un senso alla propria vita che nel luogo di appartenenza assume identità singolare nei confronti della moltitudine delle singolarità della collettività. Nella rievocazione del ricordo, la nostalgia è posta sotto la lente di ingrandimento della memoria per restituire un significato a tutto ciò che è anonimo. Il ricordo è sottratto alla sua marginalità per farne un’immagine nuova da mandare in giro per essere ammirata, che a sua volta diviene parola che rimane nell’aria oppure sulle pagine di un libro affinché fiorisca in un’altra parola che dia origine ad altra vita, ad altra voce, qualcosa su cui riflettere e ipotizzare l’invenzione di un suono poetico capace di riprodursi in un’eco. E immaginare un linguaggio significa immaginare una forma di vita (Wittgenstein).

La poesia si espone all’epifania della lingua, su quella soglia dell’attesa in assenza di qualsiasi coercizione e imposizione. Difatti, prima di domandare, noi siamo dalla vita comandati a rispondere, sulla nostra risposta si instaurerà la nostra realtà d’essere. Il poeta non contempla, si espone all’ascolto delle cose “sorde” della realtà e ne trae misura di sonorità fuori dal tempo.

per non smarrirmi / riscrivo le pieghe sulla mano / con la meticolosità / di chi precipizia una parola / in bilico / per ascoltarne il suono / e inventa /.

Nelle parole troviamo le ragioni di conforto, di sussistenza e di audacia, a condizione che siano esse comparate ad un vocabolario costruito sul silenzio, in cui le cose di un giorno sono raccontate all’altro giorno; la notte lo ridice all’altra notte. In questo tempo ordinato si sovrappone l’eterno brusio della coscienza che chiede incessantemente di vibrare forte nel presente: la scrittura si rivela allora non solo tentativo di lasciare traccia, ma soprattutto esperienza di ciò che può essere detto ulteriormente, affinché accada il miracolo di incompiuta conclusione del presente.

su: http://www.edizioniterradulivi.it/terracqua/118
e su: http://lequattrodelmattino.altervista.org/in-punta-di-piedi-si-affaccia-poesia/

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una recensione di Miriam Bruni a Terracqua

Una recensione di Miriam Bruni, poetessa, scrittrice a Terracqua. Potete leggerla su

http://www.edizioniterradulivi.it/terracqua/118

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