recensione di Franca Alaimo a  “Terracqua”

Ricevo una bellissima recensione al mio libro “Terracqua” edito da Terra d’ulivi edizioni da parte della scrittrice e poetessa palermitana Franca Alaimo, che ringrazio.   A due anni dalla sua uscita continua ad avere una bella attenzione da parte di molte persone. Qui, di seguito, potete leggerla.

Scriveva Novalis che “il compito supremo della logica superiore è forse quello di annientare il principio di contraddizione” per raggiungere un’espansione verso la totalità dell’essere.
A me sembra che questo atteggiamento conoscitivo determini la peculiare visione della poeta Mirella Crapanzano, la quale, pur derivando la sua materia lirica da luoghi, esperienze, persone reali, li riconduce ad altra e più profonda significazione grazie ad uno slancio trasfigurante che trascina la lingua poetica in un canto del Tutto.
L’universo soggettivo della poetessa finisce, dunque, con il coincidere tout court con l’universum proprio perché l’ordinario, il concreto, il conosciuto assumono la dimensione del mistero, della fiaba, della libertà onirica grazie ad una sorta di qualità alchemica della poesia che gettando ponti fra le cose, cioè simbolizzandole, fa dialogare insieme visibile ed invisibile, razionale e irrazionale.
Un ruolo fondamentale ha anche il processo che la memoria opera sulle cose, dilatando confini, disperdendo nettezze a favore del vago e aggiungendo la grazia malinconica della nostalgia a ciò che è distante o già sparito dalla scena del mondo: ecco, allora, che la terra natia della Sicilia, la “terracqua” del titolo, spazio sacro di miti e fabulae incantevoli, si trasforma in un immenso affresco di figure e immagini immerse in uno spartito musicale di ritmi marini e in un’ariosa tessitura di parole che sembrano sgorgare da una sorgente archetipica.
La figura della Sirena, luminosamente ma anche drammaticamente cantata da Omero a Tomasi di Lampedusa, da Andersen a Gadda e D’Arrigo, diviene nella poesia della Crapanzano la bambina dalle squame d’oro (…) le mani incrostate da unioni anfibie e si confonde con i fondali verdiazzurri, evocando un’infanzia ormai lontana in quell’isola ormai lontana, in una casa affacciata sul mare, in cui il tempo, attraversato dalla luce, scorreva tra pareti azzurre, con il ritmo della risacca e un susseguirsi di luccicanze e scintillii.
Ma la Sirena, creatura del mythos, che in greco significa semplicemente “parola”, rimanda palesemente al ruolo stesso della poetessa, chiamata a scendere nel senso segreto del fluire dell’essere e degli esseri attraverso lo sposalizio con la parola: i fiori per la sposa giacciono in fondo/ distese brulicanti di anemoni/ fanno una corona nuziale.
La poesia-sirena evoca, seduce, ricorda qualcosa, apre la porta dell’inconscio, restituisce la memoria delle cose accadute. Si affollano, così, nel ritmo della sua voce, i molti ricordi legati ai luoghi e alle persone delle stagione infantile: la casa, i mandorli, una collina, un oleandro, l’ombra proiettata da un gelso, il girovagare lieve tra le gonne/ che fa l’erba/ quando sconfina troppo, il ciliegio, un’aria adamantina. Si accampa in un testo, operosa e affettuosa, la madre che prepara per la festa novembrina dei morti i frutti di martorana, cucina biscotti, confeziona pupiddi di zuccaru e bacche mature speziate, mentre le bancarelle mostrano per la gioia del palato calia e simenza; e non è un caso che insieme a lei, da lei, sgorghi il dialetto dell’infanzia, la lingua, appunto, materna con i suoi suoni dolci come quelle leccornie tanto amate; mentre, intanto, si delinea appena, ma teneramente, la figura del padre con il suo sorriso e i silenzi e il suo debole per i bignè alla ricotta.Ovunque persiste una liquidità marina formalmente accentuata dall’assenza (nella maggior parte dei testi) della punteggiatura, che, comunque, quando c’è, rimane essenziale; e, intenzionalmente perseguita, per quanto riguarda la costruzione delle immagini, da una sorta di immersione-fusione con gli elementi naturali: se si analizza la qualità fonetico-lessicale del testo a pag. 17: i miei capelli tardano/ a divenire alghe/ li raccolgo a metri/ per contare i fondali/ per farne esche/ alle navi fuori rotta/ aspetto/ nella rete dei coralli/ trascorro il lungo prolungarsi/ dell’onda/ sul viso come a una distanza, si noterà, inoltre, come il campo semantico attinente al mare (alghe, fondali, esche, navi, rotta, rete, coralli, onda) venga evidenziato dalla prevalenza delle consonanti liquide della “r” e della “l”, che con la loro eco sembrano dilatare la sospensione spazio-temporale del mondo subacqueo.  E, siccome tutto in questa poesia si fa teatro dell’anima, non meraviglia il suo virare verso una riflessione meta-poetica, che, già presente nelle sezioni precedenti, culmina nell’ultima, in cui il lettore deve fare i conti con la presenza di una figura sfuggente, nella quale è possibile identificare ora un tenero amante (ci ripara l’imbrunire improvviso/ dopo l’amore, una vestizione rituale/ che è solo della terra/ quando si bagna d’estate); ora la stessa terra di Sicilia, condizione e luogo imprescindibile dell’interiorità e dell’immaginazione (mi alberghi/ nei pomeriggi assolati/ come da un avamposto/ in quell’attesa di mare/ chiarissimo); ora, e soprattutto, la Poesia che ha mani di punteggiatura nuova e parole amaranto; una bocca da indossare mentre si attende l’alba e che scrive tra le cose distanti. E non giova nemmeno tentare di districare l’enigma, visto che per la stessa autrice quel “tu” non è mai del tutto determinato, ed ha invece la funzione di aprire un dialogo con la forza vitale dell’eros, in nome del quale desiderio fisico, realtà concreta e incanti dello spirito si fondono. Il libro per abbondanza di immagini spesso sorprendenti, tenuta del ritmo, luminosità di linguaggio, commozione lirica e ricchezza d’emozioni, accensioni cromatiche improvvise, si colloca nella linea della poesia mediterranea descrittiva e sensoriale, che, pur non rinunciando mai alla centralità del soggetto, nel collocarlo all’interno di un più vasto teatro dell’esistente, evita qualsiasi caduta nei limiti dell’intimismo.

Franca Alaimo

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