una mia nota di lettura a “Il senso sparuto del vuoto” di Roberta D’Aquino, edizioni Terra d’ulivi

Il senso sparuto del vuoto, edito da Terra d’ulivi, è l’opera prima di Roberta D’Aquino ma, al contempo, è la summa di una decina d’anni d’esercizio poetico, di una crescita che l’ha sempre veduta intrecciare scambi e letture di poesia, con “sparuti” manipoli d’appassionati e questo, per dire che nel suo libro, ogni poesia ha la compiutezza di un pensiero abituato a scandagliare una realtà duplice, visibile e invisibile , un mondo interiore ricco di sfumature, con una freschezza che arriva dritta al lettore, senza inganni.
Il titolo all’inizio già intriga, cosa sarà mai quel “senso sparuto del vuoto”? Il termine sparuto, nell’enciclopedia Treccani, indica una piccola porzione di qualcosa, numericamente irrilevante, un deperimento, in seguito a una malattia o, in senso figurato, una debolezza, come nel verso di Quasimodo “cigolio di traini/Con le lanterne che oscillano sparute”. Ma ancora più interessante se è attribuito al vuoto, che non è il nulla, bensì quello stato originario, da cui scaturisce la creazione della materia, qualcosa che era li ma attendeva di essere scoperto, visto, evocato.
D’Aquino, divide la sua opera in tre sezioni: il silenzio della crisalide prove di (r)esistenza – transizioni e consegna al lettore una chiave per orientarlo al viaggio, ma non basta, ancora prima comincia col togliere un velo e ci introduce alla lettura con il “prologo”:

mi è presa una certa frenesia
di cercare nelle cose

l’ombra più nascosta, che il sole non proietta
un’escrescenza immateriale
che le riconduca a me

come appartenenze sotterranee
e cunicoli invisibili come vasi sanguigni

sento […]

Nella prima sezione, il silenzio della crisalide, troviamo quell’origine, il vuoto spaventoso, il buco nero, il bozzolo dove si è chiusa la crisalide prima della metamorfosi: è l’attimo assoluto, come solo può esserlo il silenzio che precede la creazione e che ora necessita di una nudità, non solo esteriore, intellettuale ma soprattutto intima e vera:

[…] sono la ricerca, l’incudine, il piccone
e il secchio. sono l’acqua e mi riverso
bevendomi di viscere. sono

il cercatore […]

E ancora

[…] perché
solo il vuoto ci rende un posto all’impiedi
stretti come in metrò, nel passaggio
dal buio alla luce […]

La seconda parte del libro ci introduce alle prove di (r)esistenza e qui lo sguardo della D’Aquino si affaccia, complice la scrittura poetica, al mondo della realtà, richiuso il primo, interiore.

ogni penna ha una mano
un braccio un cuore una gola
e una goccia che si affaccia

a due finestre
richiuso il mondo, spalanca
bagliori e ciclamini primapioggia
sui balconi […]

Il buio e la luce scandiscono il tempo della vita, è il tempo che consuma le cose, le vela di una patina d’ombra e queste ci appaiono sciupate, morte, eppure è proprio nei ritmi della vita che è possibile cogliere le tracce di un ciclo che alterna gli opposti e che, se vogliamo, può mostrarci le facce di un unico cristallo.

il controluce dà sempre l’impressione
di una cosa morta: il fiore appassito
in ombra, il salice che raccoglie la pioggia
ai piedi nudi. ma tutto ragiona
in esse di intestini come radici
che crescono nel grembo […]

Un percorso di r-esistenza, la vita, ma mai fine a se stesso, perché
in ogni inciampo, in ogni dolore, anche quello tragico di una guerra, rimane qualcosa che “niente potrà estinguere”:

[…] era l’aver ricordato che di tanti
non ho più nonni, ne avevo sette
e sono caduti […]

[…] era l’aver ricordato il sabato fascista
e quel dannato tedesco che strappò
la foglia all’albero, perché vibrava
controvento

lei è caduta per quarta. ci ha pensato
il cancro che in agosto miete il grano
maturo […]

Nella terza parte, transizioni, la metamorfosi della crisalide divenuta farfalla è compiuta, ma non così quella, alla cui scrittura s’affida la ricerca, lo scandaglio di Roberta D’Aquino, alla ricerca del vero, dell’essenziale, oltre l’abito cangiante della realtà.

forse mi accalcherò – foglia gialla
sulle altre -sotto l’albero
per scoprire cosa succede mentre si ritorna terra […]

E ancora

le mani attardate sui fianchi
ci dicono che non si torna
ai posti di partenza quando in gioco
c’è il profumo dei gelsomini […]

MC

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Auguri in poesia! Breve antologia a tema – pdf scaricabile gratuitamente

Il sasso nello stagno di AnGre

fotografia-di-giorgio-chiantini

Il sasso nello stagno di AnGre,

insieme con i suoi Collaboratori ed i suoi Amici di lunga data,

augura a tutti sereni giorni di festa…in poesia!

Al link sotto riportato è possibile scaricare gratuitamente, cliccandovi sopra, una breve Antologia di Autori Vari sul tema della “casa”, intesa non solo, come le mura entro cui molti hanno la fortuna di vivere. La raccolta di poesie, che coralmente doniamo ai nostri lettori, abbraccia il Novecento e giunge fino a questo nuovo secolo ed ha per titolo una significativa massima di Plinio il Vecchio, “La casa è dove si trova il cuore”. Un titolo, a cui non abbiamo attribuito nessun significato retorico, ma che ha riunito in sé l’idea di Poesia, quale casa per tutti, e l’augurio che tutti possano avere un luogo che li accolga, sempre, ogni giorno, Natale compreso. Buona lettura!

*

— AA.VV. LA CASA E’ DOVE SI TROVA IL…

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trasparenze d’ali

image

(foto di Josephine Cardin)

seguo l’andamento
che certe solitudini hanno
di fissarsi nell’ovale del volto
un colore rosato sulle palpebre
dice la casa interiore
nell’ospitare presenze
invisibili dentro la bocca
con battiti d’ali le farfalle
toccano il respiro
– è una linea sottile
l’esistenza –
di quando in quando l’occhio
rifugia su piani verticali
nell’immobilità assorta
che il tempo spiega
quando circumnaviga
la periferia del vuoto

(omaggio di parole a Josephine Cardin)

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Daìta Martinez su Terracqua 

ora il mare chiama con la vastità larga
di un grembo, le onde altissime

qualcosa che preme a venire fuori

una terra lavica nera come una madonna

dipinta ai crocevia e c’è un’aria greve

un carro d’aria protesa

un luogo raccolto dove il tempo apre

in un abisso la sua pupilla

alla fragile creta, al fuoco

una creatura concepita in molte notti

senza il conforto della luna

ma se solo tu potessi darle il nome

allora qui raggiungimi, nello sposalizio

che la tempesta benedice

anche senza cielo il velo è d’alga

le labbra di madrepora sfiorano le navi

con un bacio

i fiori per la sposa giacciono in fondo

distese brulicanti di anemoni

fanno una corolla nuziale

 

è il testo che apre la silloge Terracqua di Mirella Crapanzano, edita in questo anno con Terra d’ulivi, testo che induce a sé la cifra stilistica di una donna che è d’isola e che dell’isola ne dipinge, o meglio ne acquarella le sembianze con quella particolare finezza estetica che è propria di chi con sguardo lirico e ancestrale svolgimento si fiata nel richiamo essenziale di un luogo intimo e naturale come solo sa esserlo il ventre primigenio che lo ha svelato.. Fin da subito Mirella indossa l’abito melanconico e amorevole di una sposa metaforica che si accade di terra e di mare sino a farsi congiungimento suggestivo tra i versi di un dire autobiografico dove non c’è pagina che non abbia odori e sapori della sua origine isolana, di Agrigento nel respiro di Porto Empedocle, abituata sin da bambina a interagire con gli elementi di un paesaggio che è naturale riflessione nutritiva e che ne indirizza l’incarnato del pensiero verso una tenerezza quasi materna nella vita come nella scrittura. L’autrice ha trasformato in pagine incantevoli di poesia l’amore di un percorso esistenziale intriso, fin dall’infanzia, di sicilianitudine popolare e verità morale, riuscendo così a scavare in se stessa sino al fondo della trama più fitta che l’ha in-tessuta donna attraversando e riavvolgendo il suo sguardo in quella stoffa di accadimento e memoria pregiata quanto odorosa al di là della visione di una qualunque stereotipia mondana .

 

cigola la luce quando è mezza la notte

fonda la distanza dall’inchiostro al mare

non appartengo che a queste rive

al dorso della pagina che scrive la lingua

dei cetacei, il suono alto accorcia il nodo

il vento tace sull’isola, come un presagio

l’alta marea tra i seni, il nero stellato intorno

a fior d’acqua lucciole ignare costeggiano

le coste

 

Ecco che il poeta si rivela alla parola per dare corpo a un dialogico incontro col sé e in sé, incontro che poco per volta, quasi fosse certosino il tempo del racconto, la siede davanti a uno scenario di memoria e che in Terracqua si fa sorprendente bocciolo di versi:

 

c’è già tutto al mattino

cose con dentro un senso

le conchiglie vuote da suonare

le candele accese sulla tavola

perché così fa festa

la porta sempre aperta al forestiero

i piedi scalzi pensieri liberati in fretta

contando il tempo che resta al giorno

per farsi cogliere inatteso

il vento porta stralci di rose

sparse come semi

le mie stagioni piene e le dolcezze

sì, anche quelle, arriveranno

 

 

Questa raccolta, per suo pudore e per dolcezza di fondo, porta in sé fin dal titolo non soltanto il bisogno filiale di rientrare nel grembo della sua radice siciliana ma anche tutto il presagio di un paesaggio carnale e viscerale delle emozioni primarie con cui costantemente e senza illusioni si è costretti gioco-forza a fare i conti con il guscio del chi siamo stati. Così, nel continuare in questo viaggio immaginario dentro Terracqua, mi riporto a quel … “lento prolungarsi / dell’onda / sul viso come a una distanza”, scrive l’autrice nell’idealità di un conversare da lei a lei nella scrittura a noi consegnata quasi fosse una lettera aperta nella maniera di un invito, quasi a volerci fare accomodare sul divano ospitale, ma non per questo convenzionale, della sua stanza interiore.Una stanza nella quale si riporta nella … “increspatura domenicale della fronte / che allarga fin dall’infanzia” … con addosso solo quel suo significante e determinante bagaglio di … “mandorle amare” sulla soglia del suo narrarsi, ora bambina, ora donna, ora e pur sempre figlia :

 

“stanotte il mare

è una placenta vuota

la bambina nata dal padre

cresce in fretta, l’isola racconta” …

 

La Crapanzano racconta, si racconta e racconta anche di un dopo ininterrotto che si resiste nell’istante perfetto e fertile di un tempo senza il tempo della dimenticanza, parafrasi amabile di una figurazione cesellata con l’inchiostro in un allestimento genuino del ricordo, per far sì che non si resti indifferenti alla padronanza del suo raffinato monologo interiore che, come nello scorrere di un passato mai cristallizzato, traspone, con la carica poetica ed energia stilistica, sul foglio bianco svolto quasi fosse un lenzuolo adagiato nella cassapanca di una attesa e di un ristoro nel pur sempre amorevole in divenire.

 

dopo

quando tutto volutamente

prende i contorni di un perfetto istante

in quell’assorta unione tra le cose

senza un principio o una fine

come quello che dici amore

senza interruzione

o

tra le pause irragionevoli

che ha il cielo dentro la pancia

una dissonanza fertile, non trovi?

in fondo il tema del restare sospesa

persino nel mancarmi

o

nel partorire inspiegabilmente l’assenza

su una pagina accostata al collo

per sentire da qualche parte

un ricordo di certo mai sentito prima

– un giorno

ho respirato a lungo sott’acqua

come un pesce, una stella marina, un’alga

ed ero felice –

 

Qui, il poeta, entra a tutto tondo nell’acqua che è icona di un luogo, la Sicilia, sua personalissima radice d’amore, e vi è in essa una identificazione che appiana il senso e la comprende abitante di una fiaba mentre … “il resto è sbocciare di una linea bianca / in faccia l’Africa mediterranea / una promessa impercettibile / la fioritura tra le rovine della casa” … fioritura che cammina tenendo per mano la voce del mare, il primo vagito, e finanche una stella da seguire tra i vicoli somiglianti dei giorni nei giorni del suo reinventarsi resistendo all’usura che scolora e così, in questo r-esistere, o r-esistersi, comporsi al di la e dentro il linguaggio del silenzio soggetto e oggetto di quotidiane rimembranze con tutte quelle angolazioni appartenenti per genesi al panorama femminile (l’isola è femmina), angolazioni ri-tratte con la cura del gesto quando si carezza il sogno nel reale fluire di un intimo costrutto sintattico di sua natura esistenziale ed essenziale in un quotidiano cosparso di richiami e narrative figurazioni andanti al cuore ineccepibile del canto con delicata ascendenza sonora.

 

la mattina

è una geografia essenziale

gli alberi in fila

il mondo

sul dorso di una tartaruga

 

e, ancora, tenendosi estatica attesa sulla soglia dell’iniziale bagliore, la Crapanzano contempla il giorno da quell’ora che sgorga quando tutto è un compiersi o un ripetersi mnemonico di azioni e comunanza di oggetti nella sintesi di un privata descrizione messa in scena con l’eleganza che ha il dire quando tutt’attorno ha la compostezza odorosa delle rose:

 

è un mattino involontario

fitto di rose

e un libro, la vastità

come un inconveniente da spiegare

una circostanza di parole

affacciomare

 

 

affacciomare è tutto e chi fiata dalle sponde lo ha sperimentato a modo. È il tutto che l’autrice con consapevolezza isolana immerge nel corpo della sua scrittura assecondando, senza nessuna omissione, il suo personale criterio di porgersi al lettore nello spaccato iconico di un mondo che la abita e che lei abita tra le pagine di una silloge trasudante di un ieri e di un tutt’oggi recipiente di umori, scogli e improvvisate notturne respirate a pieni polmoni nella quotidianità della sua scrittura. Rappresentazioni mentali ma non per questo meno reali di forme fatte di acqua e terra, di oggetti che diventano i personaggi di una raccolta che cerca la verità secolare e pur anche trascendente della memoria che si conserva indivisa dal quadro che la ha ideata.

 

la terra è tutta nelle spalle

protegge l’ombra del gelso

il verso della sedia contro l’albero

il girovagare lieve tra le gonne

che fa l’erba

quando sconfina troppo

la pelle che arriva dopo l’impazienza

per beatitudini condite

dove nessuno se le aspetta

 

e continua : 

 

c’è una leggerezza di verde

tra la casa e il ciliegio – l’isola

che non c’è –

ha finestre d’aria

coleotteri disegnati alla ringhiera

a ricomporre un fiore

 

L’isola, che le è madre, l’isola che non c’è e che c’è.

O per meglio dire questa isola che è un sempre a cui tendere, a cui ri-tornare.

 

La Crapanzano dopo avere cucito, ma è solo un mio personale ricamo intuito nell’ascolto di lei, un io affamato di un cielo alto, leggero, libero sussurrato nella mescita dell’acqua con originalità e ricchezza di stile e visione, preserva il drappo dall’oblio inducendo a sé quei momenti antichi e senza interruzione nuovi ogni qualvolta lo stupore s’impone con delicata precisione nell’interstizio di un atto nostalgico come quando si ha sete del … “tempo tondo delle radici in cielo” … e in tal modo si indica a un presente dove si custodisce e si fa seguito per la stagione a venire:

 

sono al riparo

dietro un filo di paglia

ricompongo ore

faccio scorte all’inverno

mi stella un seme d’oro

 

Una stagione, un seme d’oro, che è tutte le stagioni di uno scorso vissuto nel succedersi circolare di sfumature e odori di cui ne è nitida raffigurazione la casa, il suo nido custode sul rivolto del mare che, con il candore nello sguardo, Mirella riesce appieno a scandirne il tempo nell’affacciarsi essente tra quelle mura imbevute di dolcezza. Quella dolcezza che ruota nel suo interno emotivo entrato in punta di piedi e lasciato a porte aperte nel gesto generoso dell’accoglienza.

 

fa presto la memoria a definire

il contorno dei sogni, sbarcano linee

alla prima luce, riconciliano le ombre

e l’inquietudine alle code dei giorni

ritornano le voci, è mia madre che dice

sono dolci i giorni di consolazione

ho colorato i frutti di martorana

cucinato i biscotti, i pupiddi di zuccaru

ca mi cercanu l’occhi

bacche mature speziate per la festa

nei giorni dei morti, vedi, ci sono bancarelle

di calia, simenza e ciuri –

poi l’odore di cucina e miele che assapori

in bocca è un bignè alla ricotta

di quelli che piacciono a tuo padre –

e lui che mi sorride svanisce al sorgere del sole

 

Ancora una volta il poeta genera la voce nella voce, nel ricordo di uno spaccato familiare che è vivida tradizione, che è madre … “gocciola rossa in un campo di grano” … in uno svolgersi slacciato da formalismi strutturali che contiene e lascia germogliare … “il segno seme / che cresce nei ricordi” … con quella sua sensibilità fedele al termine che si fa scrittura corporea attraverso le silenziose istanze della notte con … “le mani ampie che insidiano la luna” … mani che si sperimentano in spazi autentici di fronte alla vita.

Con l’incanto della parola l’autrice in Terracqua ha dipinto l’eleganza di un ritratto non solo di se stessa, ma anche della terra sua natale percorrendo, con e nella scrittura, l’emozione che alita nel battito del polso avvenendosi sintesi e sentimento lungo tutto il paesaggio emozionale della sua storia, della storia di una donna che è lei con lei e in lei, che senza interruzione si procede intimamente legata alla verità dei luoghi che l’hanno partorita e delle persone che in quel parto l’hanno curata molto prima delle parole che poi vi s’addentrano e che ne sono primordiale essenza nella loro unicità. In tal modo si realizza essere questa la chiave dell’amore. Amore per se stessa, per il creato che l’avvolge, per la vita che la incontra nel passato e nel presente della sua famiglia, forse anche amore per una intima appartenenza a un segreto ricamato tra le righe del pensiero, e per l’acqua che riversa l’età della terra nella sfida al tempo avverando d’un sogno il soffio del silenzio.

 

 (daìta martinez)

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terracqua approda ai luoghi natii

Terracqua approda ai luoghi natii e si veste dell’azzurro e dei profumi della Sicilia.
Nella bellissima location di Riva del Mare a Porto Empedocle (AG) verrà presentata la mia raccolta di poesie insieme a un romanzo scritto da Adriana Iacono, Lia Lo Bue e Alberto Bellavia, La bellezza dell’acqua, tratto da una storia vera.

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oltre le apparenze

notte

quanto sia necessario decifrare
un segno, una parola, una sottile linea
lo mostrano le acque increspate
dal libeccio, un volo di libellule
la superficie argentea dove scorrono le ore
al plenilunio
il fuoco vivo di una candela
la mente che si acquieta e ferma

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attimi

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da una finestra socchiusa
l’universo
dove nessun altro
ascolta la durata

*

rideva
del senso della vita
il bambino divino

*

una rosa è una rosa
l’attimo
tra il passare oltre
e coglierla

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